Mercoledì, 24 Ottobre 2018 00:00

Lo scoppiettante ritorno di Michael Moore – Fahrenheit 11/9 ****

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Dopo la profezia sull'elezione di Trump, Moore ci spiega come arriverà il fascismo del XXI secolo

1989. Michael Moore esordisce con il documentario Roger & Me (lo ha visto pure Trump!) dove ci racconta un'America invisibile: quella della sua città natale, Flint. La crisi della General Motors fece perdere oltre 30.000 posti di lavoro e costrinse la cittadina alla miseria. Così il regista ironicamente provò ad avere un'intervista con Roger B. Smith, l'ad della GM. 
2002. Michael Moore diventò il regista di documentari più acclamato al mondo, grazie alla vittoria agli Oscar per Bowling a Columbine. In questa pellicola si parlava di un tema caldo negli USA: ovvero l'uso delle armi. Nel 1999 al liceo Columbine nel Colorado infatti due ragazzi uccisero con un fucile 12 studenti e un insegnante. Dopodiché si tolsero la vita. Moore iniziò a girare il mondo per capire come mai queste stragi in America fossero così diffuse, scontrandosi con personaggi del calibro di Charlton Heston. Il documentario giunse alla conclusione che negli Stati Uniti i mezzi d'informazione e la politica portavano la gente a diffidare degli altri, invocando forme protezionistiche come la difesa personale a ogni costo. La potente lobby delle armi (la NRA) ha da sempre cavalcato questa debolezza e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il boom di Moore fu inarrestabile. Ci ha insegnato che anche il documentario è un genere cinematografico che, se fatto bene, poteva vendere e allargarsi ad un pubblico ampio.

2004. Uscì in tutto il mondo Fahrenheit 9/11, che parlava di George W Bush, dell'11 settembre 2001, le sue cause e soprattutto dei rapporti tra l'amministrazione americana e i terroristi. Il titolo prese spunto dal libro di Bradbury, Fahrenheit 451, e indica la temperatura in cui la carta prende fuoco. Nel romanzo i libri venivano bruciati per fare in modo che gli schiavi rimassero tali ed ubbidissero agli ordini senza informarsi e senza provare emozioni. Nel caso del film di Moore è la temperatura a cui la libertà brucia. Anche se lo scrittore Bradbury non ne fu entusiasta e pretese le scuse del regista.

Il documentario sbaragliò tutti a Cannes, ricevendo la Palma d'Oro dalle mani di Quentin Tarantino. Subito dopo Moore prese di mira il sistema sanitario americano (Sicko – anno 2007), le cause della crisi economica mondiale (Capitalism, a love story – 2009) e la risoluzione di antichi mali della società americana (Where to invade next – 2016). Finalmente è tornato a ruggire. La scorsa settimana era a Roma, alla Festa del Cinema dove ha presentato in anteprima il suo ultimo film Fahrenheit 11/9. Corrado Formigli ha moderato il dibattito (prossimamente LA7 lo manderà in onda in prima tv esclusiva per l'Italia).

Moore è un autentico fiume in piena. Senza peli sulla lingua, ne ha per tutti. Innanzitutto ha detto agli italiani di darsi una svegliata e di fare "meno spazzatura e più arte, come una volta" (non ha torto visto che siamo stati noi ad insegnare a farlo in tutto il mondo). Il cinema è lo strumento per conoscere l'attualità. Secondo Moore, attualmente è in una fase decadente come la situazione generale in cui versa il mondo. "Non vedere più film come Amarcord o le pellicole di Kurosawa genera una maggiore ignoranza. Se distruggi l’istruzione, se si chiudono le biblioteche, se si consente alle grandi multinazionali di acquistare e controllare i media, e se poi su questi media si raccontano esclusivamente cose che fanno appello alla stupidità che è in tutti noi, alla fine si finisce con il rincretinire un’intera nazione. E l’ignoranza porta ad eleggere personalità come Trump, o Berlusconi e Salvini qui in Italia.”

A proposito di questo tema ha spronato gli italiani a non credere agli slogan."Avete avuto prima Berlusconi e poi Salvini! Andiamo, non potete essere così stupidi. Be Italy again!"
“Sono qui da cinque giorni, ho visto tanta TV italiana. La televisione racconta e dà intrattenimento, gli italiani vedono Salvini ["un razzista che va cacciato e non amato"], Di Maio e li trovano divertenti, ma non c’è nulla di divertente”. La colpa però è anche della sinistra, che ha permesso tutto questo. "Ha pensato che per vincere dovesse smettere di essere sinistra e farsi centro-sinistra". Il parallelo tra la politica italiana e quella statunitense regge eccome. Infatti poco dopo arriva al suo Paese e alla classe politica americana: il "democratico con metodi da repubblicano" Bill Clinton, Obama (a cui non perdona di aver bevuto l'acqua contaminata della "sua" Flint di fronte alla cittadinanza, oltre ad aver inserito due persone di Goldman Sachs nel proprio governo), la distruzione della scuola pubblica.

Poi naturalmente è arrivato al suo film, e quindi a Donald Trump. Rispetto al passato i cambiamenti sono notevoli. Moore è più pessimista e quindi realista, c'è meno ironia. È un allarme (rosso, naturalmente) che suona all'impazzata. Naturalmente l'elezione di Donald Trump non poteva sfuggirgli. Anche perché fu proprio Moore a predirla qualche anno prima. Molti derisero il regista, ma purtroppo aveva ragione. Aveva individuato un certo malessere nella società americana che si era stancata del buonismo, del politicamente corretto. Molti hanno criticato Michael Moore per essere di sinistra, ma se togliamo le fette di prosciutto dagli occhi possiamo vedere che nel suo nuovo film anche i democratici non fanno una bella figura.

Il regista di documentari più famoso al mondo si diverte a giocare con il suo film di maggior successo (Fahrenheit 9/11) sostituendo Trump a Bush e cambiando la data. Nelle impostazione delle ore in America il primo numero è il mese, il secondo è il giorno. Per l'appunto il 9 novembre 2016 Trump vinse le presidenziali. Invertendo la data si ottiene l'11 settembre, il giorno dell'attentato terroristico alle Twin Towers, a New York. Un paradosso casuale che il regista non ha ignorato. “Troppe persone nell’estate del 2016 erano così sicure che Hillary Clinton avrebbe vinto, affermando che nessuno avrebbe mai votato per questo idiota”, ha dichiarato il regista, “potrebbe vincere ancora. Io opero come se fosse un Trump a due tempi. Devo. Se si ragiona in un altro modo, stai garantendo la sconfitta a chiunque andrà a correre contro di lui”.

Stavolta però Moore fa qualcosa in più: Trump è paragonato a Hitler. Non è una provocazione, ma basato su realtà appurate. Seguendo quello che accadde in passato in Germania ai tempi della Repubblica di Weimar, il regista ipotizza una rapida accelerazione che porterà alla distruzione della democrazia. L'analogia non è sbagliata. Il rischio c'è ed è grosso. Moore mette a fuoco la questione, mostrando che Trump ha sempre ammesso pubblicamente i suoi crimini di razzismo, misoginia, senza dimenticare la sua simpatia per Putin. La domanda sorge spontanea: "Come cazzo è successo tutto questo?" Un esempio è sicuramente la questione mediatica: a forza di fake news e propaganda razzista,Trump ha costruito il suo successo. Moore fa un interessante parallelo con quella che Goebbels chiamava la Lugenpresse (la stampa menzognera). I primi a subire questo attacco sono stati i repubblicani. Il partito è stato spazzato via. Moore sostiene che il popolo deve fare qualcosa, altrimenti se non si ribellerà potrebbe essere troppo tardi.

Ma, come ho già anticipato, anche il Partito Democratico non è esente da colpe. Basterebbe l'inizio del film per comprendere tutto, ma c'è di più: dalla candidatura di Hillary Clinton alla poca simpatia per Bernie Sanders (considerato troppo di sinistra), passando per i compromessi con gli avversari (banche, lobby, poteri forti). E poi c'è la critica alla presidenza Clinton. Anche il buon Bill, come qualcuno in Italia, ha fatto un patto con il diavolo e ne è uscito con le ossa rotte. Ma per Moore la politica non è solo Trump e la "stanza dei bottoni": lo sono gli insegnanti che lottano per il proprio salario, l'avvelenamento dell'acqua nella sua città natale (Flint in Michigan), le conseguenze della strage del liceo di Parkland. Insomma il materiale scottante non manca, le soluzioni pure. La soluzione secondo Moore è semplice: riappropriarsi delle libertà di scelta e di pensiero. Solo così si può combattere.

Il film è come al solito criticamente sorprendente e ben documentato. È un atto di accusa a Trump, ma è soprattutto un affresco anticonservatore che mira al consolidamento e al mantenimento della democrazia in America. Anche in Italia il trattamento riservato al film è stato snobista perché uscirà nei cinema solo tre giorni. La gente vuole ridere, non capire. E invece c'è sempre più bisogno di analizzare e comprendere opere come questa (sempre che non siate analfabeti funzionali). Anche in Italia il rischio fascismo esiste eccome. Se pensate che il Belpaese sia una colonia degli States, questo documentario vi sarà molto utile a farvi comprendere questa tesi. In America il film è stato un flop, è stato distribuito in troppe copie. L'ignoranza è dilagante ormai, il trumpismo non permette idee diverse da quella imperante. C'era da aspettarselo. Probabilmente lo stesso esito lo avrà anche in Italia (uscirà in oltre 100 copie). Ha ragione Luca Barnabè di Ciak quando dice che il film mostra "la facilità con cui, in varie fasi della Storia, le masse esultano nell’essere comandate e farsi suddite".

Pertanto vi consiglio di correre al cinema. Dico grazie a quel simpatico ciccione chiamato Michael Moore che si diverte ad aprirci gli occhi e le menti. Il monito spetta di diritto al finale di conferenza stampa, in cui Moore ha omaggiato il libro Friendly fascism di Bertrand Gross che dice che il fascismo del XXI secolo non arriverà con carri bestiame e carri di concentramento, ma con una faccia sorridente e uno show televisivo. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. A livello cinematografico c'era chi, tra le righe, lo aveva perfino proposto, ma la maggioranza del popolo italiano non lo aveva capito. Il regista si chiamava Matteo Garrone e il film era Reality. Correva l'anno 2012.


Regia ****
Fotografia ***1/2
Humour ****
Attualità *****
Montaggio****

Fonti principali: Best movie, Coming soon, Ciak, My movies


Fahrenheit 11/9 ****

(USA 2018)
Genere: Documentario
Regia: Michael MOORE
Fotografia: Jayme ROY, Luke GEISSBUHLER
Sceneggiatura: Michael MOORE
Durata: 2h e 8 minuti
Distribuzione italiana: Lucky Red

al cinema 22, 23 e 24 ottobre 2018

Qui il trailer

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2018

LA FRASE CULT: «Come cazzo è potuto accadere?»

Qui l’intervista a Michael Moore


 

Immagine di copertina e locandina © Lucky Red

Ultima modifica il Martedì, 23 Ottobre 2018 11:51
Tommaso Alvisi

Nato a Firenze nel maggio 1986, ma residente da sempre nel cuore delle colline del Chianti, a San Casciano. Proprietario di una cartoleria-edicola del mio paese dove vendo di tutto: da cd e dvd, giornali, articoli da regalo e quant'altro.

Da sempre attivo nel sociale e nel volontariato, sono un infaticabile stantuffo con tante passioni: dallo sport (basket, calcio e motori su tutti) alla politica, passando inderogabilmente per il rock e per il cinema. Non a caso, da 9 anni curo il Gruppo Cineforum Arci San Casciano, in un amalgamato gruppo di cinefili doc.

Da qualche anno curo la sezione cinematografica per Il Becco.

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